Testi Critici

Pippo Altomare : Costruttore di immagini 

Immagino cosa può avvenire nell’animo e nella mente di Pippo Altomare quando si trova solo frontalmente con la vuota solitudine di una superficie ancora nuda di una tela. Ricco e commosso per quella nudità oggettiva, egli si sente trasportato nel suo animo nell’infinito, continuo trasmutare di immagini, temendo ad ogni istante di varcare i limiti meravigliosi e puri di quella superficie.

Spinto da una misteriosa azione, traccia segni propri, vuole esaltarla e renderla quanto possibile più pura.

Per un istante l’artista si emoziona e si immedesima in quella oggettiva purezza.

I primi e indeterminati segni rincorrono la primitiva emozione, origine formante dell’immagine e poiché non può darsi che come struttura, Altomare struttura l’immagine della superficie.

I segni scandiscono i tempi del proprio essere, lo spazio intenzionalmente geometrico si costruisce momento per momento, chiarendo ed evidenziando la formatività della forma attraverso l’interferire dei segni sempre diversi, sia emotivi che mentali.

In termini linguistici Altomare può essere costruttivista ma anche, per vitale contraddizione, espressionista.

Le griglie nere che attraversano in tutte le direzioni la superficie del quadro indicano uno sbarramento dello spazio ma, invece di chiudere, esse aprono una spazialità strutturale nuova. Un’altra dimensione si apre, più concreta e costruita, una spazialità psicologica in continuo movimento di immagini in cui l’azione vigile del segno varia, sia di tempo che di luogo. La primitiva indeterminatezza della superficie ora è vissuta, l’ha liberata e riscattata dallo stato di subordinazione insinuandovi la sua necessità, il suo assillo, il suo problema che non ha soluzioni se non quella del fare, fare come esistenza.

Libero da ogni condizionamento e sostenuto da un autentico talento di pittore, Altomare confida solo nella sua equilibrata e sincera e sincera coscienza di artista, dimostrando di essere un forte costruttore di immagini dove è implicita una assimilata cultura visiva del passato in quanto memoria della primitiva geometria vascolare Greca, come anche del presente, dal Cubismo all’Espressionismo.

Altomare non teme i propri limiti comunque insiti in ogni scelta di poetica ma, proprio per questo, significativi come misura e coscienza completa del suo impegno di pittore.

Achille Pace

 

Pippo Altomare : ri – velazioni multiple

I limiti materiali dell’opera rimandano all’articolazione di dinamiche, inscritte nel livello metaforico della struttura e sospinte da un’energia liberata da punti diversi del piano d’intervento. Il colore in tal modo rivela qualità trasfigurative e produce nella nostra sfera percettiva accensioni dagli imprevedibili sconfinamenti mentali.

L’area di svelamento  di un afflato esistenziale è data dall’epifania di forme (foglie, petali, realtà di risonanza vegetale) che dentro un magma policromatico paiono tendere a una continua rigenerazione di sé.

La tela mette in costante vibrazione il campo pittorico all’interno del quale si segnalano centri di irradiazione mossi da cromie cangianti nell’impatto con la globalità del quadro.

Gli slittamenti di piani accadono entro una partitura di segni e di tracce gestuali che, quando si costituiscono in immagine, rivelano identità fantastiche, come rilievi simbolici, motivi figurali sospesi tra la loro improbabilità fisica e il gradi di seduzione estetica, come porzioni ulteriori di spazio situate tra il fondo e il primo piano. La stratificazione del pigmento vive sulla complementarietà dei toni e non tende mai a coprire in assoluto il colore sottostante, ma a cercarne motivi di sintesi e sintonia; Altomare interroga la potenzialità della pittura sul rapporto intenso tra dato visibile e virtualità luminosa. Le sue motivazioni progettuali innervano una libertà compositiva fluttuante da uno spazio dilatato attraverso la verticalità dei piani sovrapposti, leggibili nella filigrana di uno schermo pittorico acceso sulle frequenze più varie: da una matrice bizantina, avvalorata dai colori squillanti e dorati a rilievi cromatici pieni nella loro intensità luminosa. Nell’artista, sperimentatore teso a lievitare le sue cognizioni dalla consuetudine con la relazione spazio-tempo sempre nuove scoperte, matura una multiformità di opzioni peculiari all’adesione ai dati costitutivi della disciplina pittorica.

L’atto linguistico di Pippo Altomare si afferma così nella simbiosi forma-colore, iscritta in perimetri percorsi da pulsazioni, innescate dalla contiguità di tinte a volte antagoniste.

Senza reticenze l’artista entra nella fisicità del pigmento e ne sviluppa le potenzialità, funzionali a uno scavo profondo nella sostanza del sentire lo spazio come il tempo dell’azione “poietica” e il tempo come la cadenza di selezione dell’entità segno-materia.

Enzo Santese

 

Pippo Altomare : Atmosfere Oniriche  

Le opere esposte in questa mostra sono la fatale, vitale contraddizione di una pittura costruttivista ma anche espressionista, di una sorta di assemblaggio materico tridimensionale che non è scultura ma un autonomo oggetto composto con un altro riciclato, e di un messaggio estetico onirico, fortemente simbolico e metaforico ma incentrato sul dato naturalistico di alberi e foglie, ovvero su una realtà a forte componente vegetale.

Un incastro di elementi eterogenei, insomma, dal quale si desume un insieme che racconta, forse, una storia sottostante fatta di immagini e di tessere distinte in cui ogni opera è un riquadro, un evento o una catena di eventi la cui unità  è volutamente occultata, tenuta insieme, forse dal linguaggio stranente dei colori cangianti e del segno incisivo utilizzati come espediente che consente il trucco della fragile illusorietà  dell’arte, che è quella di ingannare ma dicendo la verità.

O forse si tratta di altro. Di una svagata sensibilità astrattiva che compie, dal giardino incantato di una grande tela divisa in frammenti di vita di creature ed  esserini  assetati di azzurro e libertà, un grande salto di felicità, magari per appuntare un fiore o un petalo di rosa sul vestito a volte troppo grigio della vita.

In ogni caso quella di Pippo Altomare è una dimensione ludica, che eccita e accelera i sensi verso una immaginazione fervida che si mette in movimento, in corsa direi, per entrare nella selva di immagini nella quale, a un certo punto, ci si sente immersi. La prova, se mai ce ne fosse bisogno, dell’arte sua…

Gianfranco Labrosciano

 

Pippo Altomare: Goodnight moon

Le languide note di colore si alternano ad intensi pastello nel personale omaggio alla luna di Pippo Altomare che, tra astrazione e figurazione, ci prende per mano in un viaggio alla scoperta della luna, della cui atmosfera incantata riscopriamo o, forse, “scopriamo”, quasi come il Ciàula pirandelliano – esplicitamente citato in una declinazione postmoderna e quasi ciberpunk – la presenza discreta e malinconica. Le timide note di realismo si dissolvono in atmosfere oniriche le cui gioiose raffigurazioni fitomorfe e floreali nascondono le inquietitudini della notte e, a tratti, si negano. Dissolvendosi in nero. Il mondo ha un senso perché ne ha due, sembra suggerirci Altomare: il giorno è notte, il sonno e la veglia, la coscienza e l’inconscio. La vita e la morte…

Nino Arrigo

 

Pippo Altomare: Goodnight moon

Adoperata da Pippo Altomare la metafora della luna nella sua esposizione dal titolo trasognante “goodnight moon”. Si tratta di un modo diverso di guardare la realtà, considerata nella sua dimensione metafisica, onirica e enigmatica; una realtà che tende all’irrealtà nelle figure oblunghe, attorcigliate, a tinte forti, creando un risultato di polisemia surreale. Le forme rimandano ad un universo puramente mentale e trasfigurato, in cui ciò che sembra non è mai ciò che è. L’osservatore ne resterà affascinato scoprendo sensazioni perturbanti, addomesticate nel proprio animo come ricordi lontani.
Oggetto eletto della sua mostra è la luna, amica degli amanti spergiuri, degli insonni e degli irrazionali romantici; cantata, declamata e celebrata da artisti e poeti. Avvertita così vicina, seppur trattandosi questa un’effimera illusione; come quella in cui si trovò irretito Manrique, infelice protagonista de “El rayo de luna” dello scrittore spagnolo Gustavo A. Béquer. Infatti il protagonista, un nobile cavaliere dall’animo poetico, aggirandosi di notte per luoghi abbandonati, si illude di aver visto una donna misteriosa, di cui si innamora perdutamente, inizia a cercarla sino alla follia; solo dopo molto tempo scoprirà che l’immagine che aveva visto altro non era che un gioco di luci e ombre, creato da un raggio di luna che attraversava i rami degli alberi generando un effetto rifrattivo.

Claudia Elisa Altomare

 

Pippo Altomare

Le opere di Pippo Altomare sono una pergamena straordinaria che, scritta con succo di limone, rivela – al calore di una fiamma – una selva di simboli riconducibili alla cultura mediterranea. Il labirinto, la luna (o le lune), l’ulivo, diventano archetipi e dissimulano un inconscio sempre più rizomatico, piuttosto che profondo. Un grande impulso decorativo le sorregge, un gesto veloce, mosso da un “horror vacui” riempie uno spazio – dove arabeschi e frattali dipingono geometrie esistenziali – che da carne a caldi colori pastello.
Il “colore” di Altomare diventa quasi un “lapsus” per “calore”. Il calore dell’uomo mediterraneo, passionale e conviviale, che conosce la ragione ma sa – con Pascal – che anche il “cuore” ha le sue ragioni che la ragione non comprende; e che più potente della ragione è l’istinto. Quell’istinto che muove la pittura, conducendoci a Sud – non tanto della geografia, quanto del pensiero – dove la ragione ama essere in pericolo. Dove l’”esprit de finesse” minaccia l’”esprit de geometrie”.

Nino Arrigo

 

Pippo Altomare: oggetti astratti naturali come alberi

La parola “astrattismo” non rende propriamente giustizia alle ultime opere di Pippo Altomare. L’artista siciliano ha infatti pazientemente, ma anche istintivamente, creato un giocoso aggregato di forme e colori, che sembrano rispecchiare frammenti di vita e di passioni, e possono, quindi, essere considerati astratti solo in quanto unità minime di un tutto, che trascendono l’esperienza immediata, sensibile ed intellettuale. Quello che noi percepiamo è solo il risultato finale del mondo; quello che invece l’occhio dell’artista Altomare riesce a isolare sono gli elementi che lo compongono, e poi li maneggia a suo piacimento, plasmandoli, mischiandoli e unendoli in modo differente dal modello originale, ovvero dal mondo in cui viviamo e così come lo percepiamo. Il risultato finale è quindi un altro mondo sicuramente non verosimile, ma neanche astratto, e che mi limiterei a definire possibile. Al suo interno si possono, infatti, riconoscere elementi che rimandano all’idea di reale, ma non si presentano mai con la stessa forma: passioni diventano solide come spesse cortine, che tagliano, spezzano e ricoprono; ombre estremamente tangibili; oggetti astratti naturali come alberi… Ma aldilà di quest’interpretazione un po’ “gestaltista”, le opere di Pippo Altomare sono semplicemente belle: l’accuratezza per gli accostamenti dei colori colpisce immediatamente l’occhio dell’osservatore, ponendo le basi per un’osservazione estatica, più attenta ai particolari e che assoggetta le emozioni ad un turbinio costante ed enigmatico.
Non è facile capire l’iconografia dell’autore, i significanti usati si prestano a varie interpretazioni; eppure sembra essere proprio questa tensione assiomatica la principale attrattiva dei suoi quadri, e soprattutto il motore immobile dell’arte di Altomare, pittore, scultore e performer fra i più attivi della nostra epoca.

Akio Takemoto

 

Pippo Altomare: variazione segnica

Il lavoro di Altomare ordisce una prospettiva linguistica basata sulla variazione segnica. La composizione incrociata, elemento di connotazione formale che domina i lavori, si afferma come unità significante della ricerca.
L’ossessione segnica, avulsa, in questo caso, da ogni intento narrativo e discorsivo, mira alla rappresentazione di se stessa e quindi ad una autosignificazione che diventa, nella scansione ritmica del segno, codificazione personale.
La ripetizione del modulo “a croce” e la sua modificazione scalare danno vita ad un cifrario criptico costituito dalla simbologia emotiva dell’autore.
La superficie lignea è attraversata dagli imponenti tracciati, realizzati da una prima stesura di vernici dense e stratificate e dai passaggi seguenti di colore più sfumato e controllato.
Una inquietante contrapposizione cromatica di toni freddi e stridenti e di nuances calde e terrose ripercorre gli stadi emotivi dai quali essa scaturisce, evidenziandosi in un grafismo elementare e minaccioso.
Lo “slittamento” all’attrazione oggettuale, sia pure con una tensione pittorica che riattiva l’inquieta trama geometrica sperimentata sulle tele, lo indirizza nella reinvenzione di oggetti di uso quotidiano. La panchina di legno ricoperta da strati di velluto e lo zerbino di zinco aggredito da solchi geometrici se da una parte rientrano in una definizione artistica dall’altra, in quanto espressione di funzionalità, si riannodano magnificamente alla sfera del reale.

Teresa Macrì

 

Pippo Altomare: il gesto si fa azione

Altomare è principalmente interessato alle dinamiche di superficie. Seleziona, così, un segno vigoroso che spacca la massa nera dello sfondo, la accelera e la brucia. Non si tratta, però, d’un segno anarchico o totalmente istintivo, Altomare concentra la sua attenzione sulla costruttività del gesto pittorico, ne regola l’irruenza attraverso un preciso sentimento della spazialità della tela. Si creano, così, degli angoli acuti, determinati dall’incidenza delle linee fra loro che costituiscono uno spazio degli scontri per lo sguardo dello spettatore.
Ciò che ci giunge dell’opera e dall’opera è un’energia concentrata, una pulsazione astratta, una costruzione viva. Il quadro parla la lingua silenziosa di un gesto che si fa azione e, nel produrre un moto nei segni produce pure un moto nell’animo. E’ espressione, il lavoro di Altomare d’una emotività fredda, calcolata quanto vissuta direttamente.

Lorenzo Mango

 

Pippo Altomare

Lo statuto poietico guida l’empito espressivo distendendolo in ambiti ove il colore gioca le sue virtualità tra segno teso e campo lungo e preme sull’intensità qualitativa del pigmento; così la superficie si anima, trasgredisce le leggi del piano e innesca una logica di profondità. Il procedimento ad ossimoro istituisce il quadro costruttivo dell’opera in cui valenze opposte (ordine e caos, caldo e freddo, regolarità geometrica e spunto automatico) si connettono in simbiosi, capaci di dar corpo all’aspirazione a uno spazio quale contenitore dell’evento pittorico.
Altomare coniuga, in itinere, il dato narrativo con lo scatto cromatico, teso alla identificazione del segno come epifania di una struttura mentale. Il nero, colore “ad ampio spettro”, incorpora risonanze psicologiche emesse da immagini caratterizzate da combinazioni variabili a incrocio, nelle quali si aprono e si chiudono in rapida successione possibilità labirintiche.
La coesistenza di molteplici polarità sia cromatiche sia formali sospingono l’opera verso un equilibrio che è sostanzialmente il punto di sospensione della pittura alla sua massima quota di problematicità; qui gli schemi significanti sono tracciati in una sorta si sezioni stratigrafiche, accartocciate dalla forza di una tensione costruttiva complessa.
La figura è al contempo definizione e cadenza dello spazio; il modulo “incrociato” sistema la distanza tra progetto ed esecuzione affermando il proprio ruolo di unità di misura del vuoto, dove il giallo sul contrasto timbrico fa sbalzare una solarità dialettica con l’ombra di taluni passaggi scuri.
Quando la linea sembra essere contorno, allora si fa corpo, nella reiterazione parallela che distribuisce spessori e distilla luminosità calde e fredde in una concomitanza di opposti, costituenti il nerbo di tensione del piano dipinto.
La figura ritratta in primo piano dilata la grana lineare costitutiva per procedere poi, anche all’interno della stessa opera, in un fitto addensarsi di perimetrazioni, quasi nervature lamellari a protezione e supporto dei nuclei di “verità esistenziale”, simbolicamente organizzati sull’attraversamento di due o più bracci.
I segni si concatenano scandendo la superficie sulla variabilità interna delle dimensioni e degli spessori e celebrano nella pittura il luogo sperimentale delle attitudini percettive; in tale ambito Pippo Altomare isola e fissa le energie sotterranee che, sfocando o illuminando il dato di memoria, lo trasmettono all’occhio mediante il tattile disporsi delle superfici.

Enzo Santese

 

Pittura come “Cenotafio” dell’architettura e della scultura

La pittura come genere offre un’immediata possibilità di autoidentificazione, di ricostruzione di un cosmo a propria immagine e somiglianza. Di un proprio linguaggio quindi che fonda e forma una sorta di atteggiamento di riformulazione, di analisi e sintesi. Alcuni di tali atteggiamenti hanno esplorato gli stati primari del gesto e della sintesi oggettiva dell’immagine, alcuni ne hanno sottolineato le possibilità di agglomerazione morfologica e biomorfa come ad esempio in Cagli, segnica in Capogrossi. Pippo Altomare ne sottolinea lo stato e la tendenza geomorfica, e la possibilità di un agglomerarsi cristalloide come nei minerali.
L’artista fissa la sua attenzione su elementi della materia statica, isolando una sorta di sintesi molecolare che tuttavia non vuole rivolgersi alla materia biologica ma al comun denominatore di uno stato minerale e scultoreo. Cezanne, che fece propria la sintesi della pittura guardando alle geometrie del cubo e della sfera, al di là dell’immagine figurale si atteneva alla struttura e al suo codice che infinite e misteriose relazioni possedeva nei confronti della materia vivente.
Questa misteriosa analogia in Pippo Altomare è rivolta verso lo stato immobile della costruzione ed ai suoi slittamenti geometrici, in una parafrasi della lenta vita saturnina e del regno inerte della scultura e dell’architettura.
Le porzioni o meglio gli atomi cristalloidi sono in fondo delle croci, simbolo del passaggio dalla vita all’altrove, che è la grande motivazione dell’architettura stessa, laddove l’uomo ha segnato magnificamente nei secoli il suo passaggio all’aldilà, preoccupandosi in passato di costruire più per le esigenze della morte, esorcizzandone tramite l’architettura la tragedia della scomparsa, che per le esigenze della vita, come invece fa attualmente.
La costruzione pittorica delle croci di Altomare rimane quindi come espressione della grande pulsione umanistica, che ama sottolineare l’esorcismo della scomparsa, magnificando l’interstizio tra l’essere e il divenire, tra il costruito e l’assenza. Tutto ciò attualmente può trovare nella pittura il suo unico rifugio, riscoprendo senso e sopravvivenza ad un universo tecnologico e a dimensione veramente minerale nella eccessiva costruzione di “oggetti” e non di “architetture”, così come sottolineò Marcuse.
Così il rifugio nella pittura ha il senso di preservare, di ancorarsi al proprio io e alle necessità di rendere reale e tangibile la propria esistenza, ad esorcizzare la scomparsa ricostruendo un cosmo ancora a dimensione umana, anche nel suo aggrovigliarsi di segni e stratificazioni di simboli estremi e incombenti. Come nelle pennellate attente e ossessive di Altomare, che segnano i bordi nel ripetersi della ridondanza, nel disperato tentativo di incontrare un altro cristallo alleato, un’altra croce, ancora un simbolo del proprio passaggio e della titanica lotta con l’anonimato della natura così vicino al vuoto dell’universo.
Ma necessariamente l’artista incontra la tangibilità del disperdersi dell’uomo contemporaneo, e la costruzione resta un atomo, una molecola di pietra o roccia, la croce può sembrare un graffito, tracciato inseguendo una primarietà perduta assumendo così la valenza di uno sbarramento, rendendo greve e incombente la passata testimonianza di un Kline e delle poetiche della negatività.
La pittura di Altomare si palesa per quello che è: un “cenotafio dell’architettura e della scultura”, una piramide che custodisce il ricordo sacro dell’unità delle arti e dell’umanesimo, con valenza di urna, scrigno, pietra tombale, ostensorio, tumulo, nurago, roccia drudica. Un segnale dell’infinita solitudine dell’uomo disperso nell’universo.

Ada Lombardi

 

Altomare: la pittura come ricerca dell’oblio

L’interrogazione sulla pittura oggi rappresenta molto più dell’esercizio costante del dubbio verso una ricostruzione dell’universo sotto il segno dell’incertezza e della perplessità nella relativa sospensione del giudizio. Per quanto questo rinnovato interesse non tenda a cercare risposte definitive quanto a trasformare gli assunti in questioni, intendendo l’arte come valore essenzialmente problematico.
Che senso ha dipingere nell’universo patinato e asettico del consumo, dell’”immagine” e della produzione in serie? Sporcarsi le mani con le tecniche tradizionali del fare arte è uno spiacevole, spiazzante errore cronologico.
Bisogna dire che gli assertori di ciò, non solo non sono a corto di argomenti, ma al contrario la ragione sarebbe proprio tutta dalla loro parte, se l’arte inseguisse e si adeguasse ai caratteri del modello economico imperante conformandosi sulle linee del comportamento sociale e privato secondo l’estetica “up to days” della coincidenza col mondo. Essa – l’arte – è stata sempre portatrice del senso opposto ed eversivo dello scollamento, dell’incongruità come modalità del pensare oltre che del fare.
Il presunto anacronismo del praticare la pittura non offre che vivere ineluttabilmente la separazione dal proprio tempo. Questa sfida carica di opere di proiettività, rende la pittura determinata alla conquista di una pregnanza culturale che forse oggi più che mai è presente nella coscienza dell’artista.
Nell’epoca delle inesorabili memorie artificiali e dell’archivizzazione, in un tempo che sembra non amare la dimenticanza, l’oblio diventa un’arte. La pittura di Altomare è in grado di farsi carico della ricerca di un io profondo e primario, indagando la strutturazione degli stati di abbandono dell’essere. Parla così la lingua a ritroso del suo rivolgersi all’origine e quanto più il tempo è veloce, tanto più ha senso una pratica che sappia mettere in gioco quello che al tempo non appartiene: l’archetipo e l’originario e, poi a partire da queste istanze basilari la ricerca delle sue modalità espressive.
I quadri di Altomare, si avvalgono di tutta quella strumentazione tecnica – e non solo – che da sempre il pittore porta con sé, colore, pittura, timbro, segno e sono caratterizzati da un abbassamento di definizione dell’immagine, da una forte fisicità delle superfici, da un rapporto con la forma che cerca l’ombra, il “doppio” nel tracciato dinamico di un segno teso concettualmente verso il simbolico.
Il ricordo – incancellabile – che traspare a prima vista è quello della tradizione segnica e gestuale dell’arte italiana dal dopoguerra ad oggi, da Capogrossi in poi. Nei riferimenti mai diretti, la forma dei dipinti di Altomare è quella di un’opera estrema, un campo di incontro e scontro tra una dimensione espressiva segreta e dilatata in cui segno e colore definiscono i tempi e i modi di un’esplorazione incessante.
La pittura procede al confine estremo delle possibilità in un contrasto esasperato e soverchiante nel mutare delle superfici lucide e variegate – nelle stesure eccitate e nervose – scandite intensamente, dal nero a negare le possibilità di una visione totale. Ciò che fa riconoscere subito un suo quadro è la presenza immancabile di un determinato segno che varia nelle dimensioni, ma non nella struttura a “incrocio” e che si determina nella superficie in situazioni definite, ma mai prestabilite, secondo una funzione che è connessa all’evidenza dei pesanti tratti neri di cui è composto. E’ chiaramente un simbolo spaziale che si sviluppa secondo il ritmo continuo e ineguale del tempo dell’opera, risolvendo nella propria spazialità simbolica lo sviluppo della forma.
Il suo essere è errante: tende a ripetersi all’infinito moltiplicandosi e rimpicciolendosi nei “campi lunghi” o all’opposto a ingrandirsi smisuratamente nelle “zoommate” fino a campeggiare isolato sullo sfondo. Al ritmo della concatenazione dei segni si aggiunge quello del loro scarto dimensionale, attraverso il quale la superficie assume profondità multiple e non coordinate.
Il segno mostra il suo carattere soggettivo e contingente e il suo emergere a livelli dimensionali diversi è la logica eternamente contraddetta, ma ancora forte dell’esperienza tanto da costringerla a prendere forma nella coscienza.
La pittura di Altomare non può considerarsi una pittura di segno: legata più di quanto non sembri a una tradizione rappresentativa, tende a stabilire una complessa identità tra esso e la forma, giungendo a un segno emblematico che nella sua immediatezza di evento percettivo, abbia la chiarezza strutturale e dimostrativa della forma.
Appare a tratti un procedere guardingo con le mani avanti, sondando lo spazio: e forse è proprio un dimostrare che dinanzi a noi c’è una praticabilità, che vi è sempre un luogo dove il piano diventa superficie e il segno, forma. E come c’è un luogo, reale e immateriale insieme c’è anche un attimo in cui la superficie restituisce come immagini lo stimolo dei segnali che per loro natura la sollecitano a dichiararsi come “situazione”, forma assunta dallo spazio. E finché si potranno emettere segnali che misurano spazio e tempo col segno umano della coscienza c’è speranza, ci sono la vita e la pittura nel loro rincorrersi incessante e nel loro vicendevole sostanziarsi. L’opera è dunque sito inesploratocce si abbandona alla sensibilità dell’artista, legata in ogni istante al flusso dell’esistenza in cui sono contenuti il farsi dell’esperienza, il senso profondo della visione, il fermarsi e lo sfuggire della memoria.

Patrizia Ferri

 

Pippo Altomare: Itinerari Oltre

Di fronte ai quadri di Pippo Altomare alcune caratteristiche appaiano con grande evidenza, la semplificazione formale, la tecnica pittorica, la scelta dei toni dominati dal blu, dal verde, dal nero, la geometria, l’aspetto primitivo dell’insieme… L’artista dipinge e il quadro istituisce una visione simbolica astratta mentre il suo modo di fare pittura, elaborato, stratificato, quasi materico, ristabilisce la realtà pluridimensionali del campo significante, confermando, ancora una volta, che la dimensione artigianale è attività teorica.

Non sempre l’incanto corrisponde allo stupore, alla seduzione di una poetica essenzialmente ermetica, i grandi quadri di Altomare si allontanano da tutto ciò, costituiscono quasi un immergersi rigenerante nelle acque fresche e salutari di un lago. Entriamo infatti in sintonia con un’altra dimensione dell’incanto, quella indotto da un segno-oggetto primordiale, una grezza ricchezza che l’artista è in grado di filtrare e utilizzare, un pozzo senza fondo dal quale attingere, ma rigidamente contenuta e delimitata in una cornice conoscitiva più complessa e non casuale. Altomare lavora con elementi cruciformi dalle molteplici capacità di deformarsi, dilatarsi, intersecarsi, pur restando riconoscibili.

L’artista adotta la croce quale elemento ripetitivo, un modo per strutturare il lavoro, fornirgli forza e consistenza attraverso l’uso programmatico della ripetizione di moduli e, grazie a quest’ultima, riuscire ad evidenziare il necessario e a tralasciare il superfluo.

Le opere di Altomare hanno una necessità quasi fisica di semplicità ed equilibrio per trasformarsi in racconto, per comunicare la ragione segreta per cui quel susseguirsi di segni così poco discreti ci ricorda qualcosa, qualcosa di noi tutti, della costruzione delle città, dei templi, delle chiese.

La croce segna il congiungersi di cielo et terra, in essa si mescolano il tempo e lo spazio, tra tutti i simboli è forse il più universale, il più totalizzante. Rappresenta la comunicazione, l’incontro, l’unità e la molteplicità, è diffusione, emanazione ed anche, in virtù del suo centro, raccoglimento, riflessione.

E’ la croce che ritaglia, ordina e misura gli spazi sacri; disegna le piazze delle città; attraversa i campi e i cimiteri; l’intersecarsi delle sue braccia segna il crocevia. Questi sempre e dovunque narrano di quando l’uomo giunge davanti all’ignoto, al suo proprio destino. Il crocevia chiama alla sosta, all’attenzione, rappresenta un invito ad andare oltre, è un luogo di pericolo ma anche di speranza: la strada che abbiamo intrapreso non è chiusa, priva di sbocchi.

E’ ormai da diverso tempo che Altomare presenta al pubblico i suoi lavori, tappe di un percorso ben delineato fin dall’inizio, progredito senza scosse, espressione di chiarezza progettuale ma anche legata alle componenti stesse della sua pittura. Componenti che guidano la tensione creativa verso la spoliazione da appesantimenti intellettuali, privilegiando un attento lavoro sulla composizione, sull’equilibrio interno del quadro e sulla sua forza comunicativa.

Le opere di Altomare esprimono infatti una forza che deriva da due ordini di fattori: da una parte la particolare carica simbolica propriamente iconografica, dall’altra la semplicità del quadro stesso, la sua grinta e la franca appropriazione dello spazio dovuta ad una presenza che non permette di essere elusa. Entrambi questi fattori alimentano la valenza comunicativa del lavoro di Altomare, quasi una narrazione non individuale ma collettiva, non rappresentazione del tormento o della gioia, ma rappresentazione della memoria archetipa. Grande affresco delle possibilità che si celano nella sedimentazione della conoscenza, del mistero contenuto in ognuno dei crocevia che si compongono sulla tela. Bisognerebbe anzi dire sul legno, poiché Altomare preferisce questo tipo di supporto, specie nelle ultime opere, dove ha introdotto una tecnica raffinata che illumina il colore con bagliori dorati dal sapore sacro. Mai quanto in questi ultimi lavori la bellezza ha trovato la sua giusta collocazione, l’artista ha individuato la chiave per concedere preziosità e calore preservando la ruvidezza e la leggibilità immediata del quadro.

Nell’ultimo ciclo di opere Altomare privilegia sempre l’uso del nero, unito però a profondi viola, cupi verdi, e azzurri scuri, pur compiendo incursioni intriganti tra colori squillanti, stridenti nel loro contrasto, e puri nella loro luce. Quest’uso del colore freddo e non edulcorato, benché illuminato da riflessi e da fondi particolari, sottolinea la fierezza dell’opera, la protegge dal sentimentalismo, ne aumenta l’unità e riconduce all’immutabilità delle forze ancestrali, primordiali.

Emanuela Boille

 

Altomare

Un segno è simbolo, è alfabeto, è lettera, è geroglifico: è pittura. Per Altomare la pittura è alfabeto, segno di pittura: operazione tautologica in cui riemerge in superficie dopo lo scavo profondo, il mondo di Capogrossi e di Cagli, di Malevic e dei Suprematisti, e soprattutto emerge con potenza la lezione della modernità come fu dettata dalla “linea analitica dell’arte moderna” di Filiberto Menna. Infatti Altomare non cita i riferimenti critici, bensì si immerge dentro la composizione spazio-temporale che è propria di quelle medesime poetiche, là dove segno-simbolo coniugano la superficie della pittura in profondità della pittura, dove il risvolto ottico-percettivo della geometrizzazione del segno – la “croce” – disvela le dimensioni temporali spaziali – l’orizzonte – e spaziali temporali – la verticalità - : spazio e tempo coniugandosi, quindi, nella centralità dell’incrocio delle dimensioni.

La riprova di questo interesse, per Altomare; è data dalla scultura, esperienza che l’artista svolge parallelamente e in equivalenza quasi, alla pittura: qui, nella scultura, una piramide bucata incastra una “croce” a diagonale. E’ dunque l’incastro tra dimensioni dentro la geometrizzazione spaziale, che interessa Altomare; una logica compositiva che permette, anche, la messa a punto di una pluralità di indicazioni, come ha scritto Sandra Orienti, presentando Pippo Altomare al Premio Michetti, edizione ’89: “L’aggressione del segno, contrastata dalla stesura elaborata del colore che svaria prevalentemente in cromie di fiamma, appare in Altomare tanto soverchiante da oltrepassare il limite del dipinto, per ribadire in aggettanza la drastica intenzione del rifiuto. I legni dipinti di nero riprendono infatti anche nelle alteranti contraddizioni il taglio perentorio del segno-forma, di spinta pluridirezionale: e sono proprio questi segni rilevati, quasi di valore apotropaico, a segnalare e insieme a violare i termini di decongestione emotiva”.

Una “emotività” che fuoriesce anche dalla cromia, dalla stesura nervosa della pittura sulla superficie della tavola-tela. C’è una “velocità”, un movimento vorticoso in questo assemblaggio di croci, una emotività psicologica dentro la geometrizzazione dello spazio che reclama una definizione di modernità non freddamente concettualistica ma appropriatamente capace di farsi carica della ricerca di un “io” profondo, archetipico.

Mariano Apa

 

Pippo Altomare

L’urgenza dell’esprit de gèometrie comincia a farsi più evidente nel siciliano Pippo Altomare, seppur in forme tuttora ancorate a un “segno” di profondi echi simbolici, qual è il modulo a croce. Le croci di Altomare sono, tuttavia, ancora morfemi alla ricerca di un intimo equilibrio e di un perfetto assetto per ora solo agognati. Esse si agitano, come batteri in coltura, ora in spazi neutri e ora in spazi labirintici, i quali ultimi sembrano voler riprodurre in metafora visiva le contrastanti correnti formate da quel vasto mare che chiamiamo inconscio. E in questo mare navigano per raggiungere nuovi lidi.

Giorgio Di Genova

 

Il segno-forma di Pippo Altomare

Il segno-forma di Pippo Altomare, quasi una cifra personale, si dispiega in ampie superfici che accolgono geometrie incrociate. Sul supporto ligneo, che sa resistere all’azione perentoria della mano, la pennellata dinamica definisce una “variazione nella similitudine”, obbediente ad un progetto razionale. Ciò non implica necessariamente una costruzione metodologica, infatti la forza gestuale di Altomare denuncia l’intento di evidenziare il “fare pittorico” liberamente espresso attraverso le sagome, le “croci”, realizzate con vernici stratificati con meticolosa caparbietà.

I neri contrastano i toni accesi, agiscono nella duplice valenza di fondo e di forma, e anche quando prevalgono, trasformandosi in squarci di buio, non inducono alla cancellazione, alla negazione dello spazio che delimitano.

L’accenno ad una sperimentazione tridimensionale, si esplica nella “fuga” in senso oggettuale della superficie dipinta: questa è ribaltata sul piano, contraltare di un elemento scenico, simbolico, ironico punto di osservazione dell’opera stessa.

Susanna Misiano

 

Il segno della differenza

Strutturata con le marcate griglie di un duro segno vettoriale, la pittura afigurale di Pippo Altomare ripristina un perduto ordine sintattico su una superficie gianica  dal doppio volto e dalla doppia anima: nei polari labirintici segni c’è sempre un’uscita, a condizione di sostenere assunti e postulati raziocinanti con il calore dei rossi e gialli-oro prelevati dal magma dell’inconscio. L’essenzialità discorsiva di Pippo Altomare non degenera mai nel solipsistico eloquio di un’Arte narcisistica: tra i vuoti e i pieni scultorei scavati da quei perforanti segmenti, continua ad agitarsi la debole eco dell’umana inquietitudini.

Antonio Gasbarrini

 

Artisti della non tendenza

Pippo Altomare conduce una ricerca che è possibile definire semantica, perché il suo mondo pare conchiudersi nelle serrate file di una variazione segnica che, nella costanza della riproduzione, determina varietà notevoli e variazione come infinite. La croce è la base della sua narrazione, capace di costruire linee e segni e crociere, ma anche, e più “romanticamente”, arcobaleni, aquiloni e treni neri.

Il colore si accorpa con la moderazione che lo sguardo alla serenità di certe pietre, per esempio – che Altomare utilizza nella versione scultorea del suo lavoro – consiglia nel riferimento all’astrattismo insito nella natura. Egli è attento alla superficie pittorica, come nel possibile accarezzamento della realizzazione scultorea: concentrato nel ricordo di una analicità che è poi il leitmotiv, il commutatore espressivo delle sue realizzazioni.

Pure, non vi è semplificazione nei suoi intenti: le sue opere creano, via via, un “sistema” che allenta o restringe griglie, imprigiona o libera pigmenti, frattura o restaura matericità, libera o imprigiona cromie… Come assistendo a una vita non apparente, osservata sotto ingrandimento.

Spesso i suoi lavori si presentano bipartiti, ma senza soluzione di continuità: una cesura che si nasconde, si cela all’occhio disattento; una inavvertibile pausa del respiro. Di quel respiro al limite del tellurico che, a volte, le sue opere riescono a liberare.

Arnaldo Romani Brizzi

 

Tre fucili da guerra e una valigia di cartone

L’opera proposta da Pippo Altomare è di natura tridimensionale e ciò causa una demarcazione più pregnante nella mente dell’osservatore, soprattutto per gli oggetti in essa rappresentati.

Si intitola “Sicily ‘43”, consta di una valigia di cartone colorata nera rinforzata da strisce metalliche, che funge da contenitore e piano di appoggio a tre fucili da guerra, di un’impressionante verosimiglianza mimetica.

La loro silenziosa immobilità da vigore a sentimenti di forza, ma nasconde retroscene di paura.

Claudia Elisa Altomare

 

PIPPO ALTOMARE: Un pittore di insiemi

A caratterizzare l’opera di Pippo Altomare è la ricerca di equilibrio tra la forma geometrica e il tratto vivo, una ricerca che lo iscrive in una secolare tradizione mediterranea e che fa di lui un artista solare, mai cupo, anche quando le sue figure toccano il lato oscuro dell’umano.

Ricordano le sue opere lo spirito della Transavanguardia – che reagiva all’arte volta solo a impressionare lo spettatore e all’internazionalismo a tutti i costi – senza cadere nell’individualismo esasperato dei suoi protagonisti.

Altomare sa cogliere temi universali, senza seguire le mode del momento. Un’arte elegante, la sua, nel senso etimologico della parola “eleganza”, ovvero scelta con cura, con intelligenza, e con visibili tratti antiaccademici e vitali.

Altomare potrebbe essere definito un pittore di “insiemi”, intendendo questa espressione sia in senso matematico, sia in senso esistenziale. Raccoglie, mette insieme, cose tra loro apparentemente incompatibili. E dà allo spettatore una grande lezione: che anche ciò che è immobile come un dipinto non smette di vibrare.

Tommaso Ariemma

 

Pippo Altomare, pittore mediterraneo

Le opere di Pippo Altomare sono una pergamena straordinaria che, scritta con succo di limone, rivela – al calore di una fiamma – una selva di simboli riconducibili alla cultura mediterranea. Il labirinto, la luna (o le lune), l’ulivo, diventano archetipi e dissimulano un inconscio sempre più rizomatico, piuttosto che profondo. Un grande impulso decorativo le sorregge, un gesto veloce, mosso da un “horror vacui” riempie uno spazio – dove arabeschi e frattali dipingono geometrie esistenziali – che dà carne a caldi color pastello.

Il “colore” del pittore siciliano diventa quasi un “lapsus” per “calore”.

Il calore dell’uomo mediterraneo, passionale e conviviale; che conosce la ragione ma sa – con Pascal – che anche il “cuore” ha le sue ragioni che la ragione non comprende; e che più potente della ragione è l’istinto. Quell’istinto che muove la pittura, conducendoci a Sud – non tanto della geografia, quanto del pensiero – dove la ragione ama essere messa in pericolo.

Dove  “l’esprit de finesse” minaccia  “l’esprit de geometrie”.

Certo, il rischio è quello della serialità, ma Altomare riesce sempre a cavarsela con stile e perizia tecnica, anche quando ripete i suoi temi o le sue metafore ricorrenti, all’interno della sua vasta produzione.

È arte prevalentemente astratta quella di Pippo. Quella che spesso lascia interdetto lo spettatore che borbotta: “è difficile, non la capisco”. È quell’arte che squarcia il velo della rappresentazione e del realismo, infrangendo il mito dell’obiettività e del determinismo. Spingendoci verso la possibilità, la differenza, il divenire. E oggi che il mito dell’oggettiva del reale è ormai messo in discussione anche dalle scienze umane, fisiche e naturali, è davvero difficile non capirne il verbo. Forse, allora non è il caso di capire ma di “gustare”, crocianamente. Abbandonarsi all’opera, non opporgli resistenza, “esplodere verso” il quadro uscendo dalla propria coscienza. Oltrepassare il recinto ed uscire in libertà. Senza avere paura della possibilità e della gioia infinita di inventare mondi possibili. E il pensiero corre ai Faves. E a Matisse, a voler scomodare i grandi maestri. Forse è questo il messaggio larvato della poetica di Pippo Altomare.

Nino Arrigo

 

Pippo Altomare e la percezione dell’arte

Capita spesso che di fronte ad un’opera d’arte contemporanea ti chiedano: - Tu cosa vedi? Ma la vera domanda non è cosa vedi, ma cosa percepisci guardando un quadro. La prima percezione che si avverte soffermando lo sguardo su un’opera di Pippo Altomare è una magica unione dei sensi. Ciò che colpisce è la facilità con cui l’artista riesce a porre in un’unica dimensione spaziale ordine e disordine; così come ieri oggi e domani in un’unica dimensione temporale. Caos e nirvana si fondono insieme, vengono abbattuti i limiti della realtà e tutto diventa possibile. È un paragone con l’Universo, infinito e apparentemente caotico, ma in verità retto da regole ben precise.

Nelle opere dell’artista si avvia una lotta fisico-mitologica; da una parte figure amorfe o mostruose -  come meduse capaci con i loro tentacoli di catturare il pensiero umano - , dall’altra vortici roteanti che regalano una sensazione di eccitata velocità; linee curve e morbide che creano romantici arabeschi contro linee rette che infondono discipline e serietà disegnando figure geometriche. Questa bipolarità è resa evidente anche dall’accostamento dei colori, tinte forti e tonalità pastello. Le pennellate a tratti forti, violente e decise, a tratti delicate e curate.

Pippo Altomare nella sua arte crea una dimensione altra, non vengono rappresentati esseri umani ma a volte soltanto maschere e ombre che annullano la fisicità del corpo umano. Il congiungimento di “spirito apollineo” e di “spirito dionisiaco” crea la complementarietà degli opposti. L’insieme degli opposti crea l’unità; l’unità è l’essenza della vita, nonché dell’arte, che è sua mimesi.

Claudia Elisa Altomare

 

 

Roma, 15 maggio 2015

Caro Pippo, è una lunga storia la tua e anche interessante, non devi tenerla chiusa in un cassetto. Devi comunicarla e cominciare anche tu a far riaffiorare il passato. I nostri giovani devono conoscere tutto quello che in Italia e negli altri paesi del mondo accadeva in campo sociale e artistico prima che essi nascessero che ha portato alla nostra attuale condizione.

L’arte non nasce per un caso ma è il risultato di una condizione esistenziale nella quale dobbiamo essere in grado di dire chi siamo, cosa vogliamo, con quale mezzo distintivo della nostra identità. Tu hai attraversato questa empasse, sei stato a stretto contatto con gli artisti più significativi del nostro recente passato. Facci sapere di te e come ti sei confrontato con la nostra storia.

Rimani sempre un caro amico,

Achille Pace